III Domenica Quaresima A
8 Marzo 2026
«Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!’, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva».
La donna samaritana si è sentita chiedere acqua da Gesù e pensa di aver incontrato qualcuno che vuole qualcosa da lei, ma scopre che Costui vuole solo dare, è questa la sua strana sete.
Il Catechismo dice una cosa importante di questo testo:
«Gesù ha sete; la sua domanda sale dalle profondità di Dio che ci desidera» (CCC 2560).
Questa è un’esperienza che abbiamo fatto mille volte con Dio: quando sembra che ci stia chiedendo o prendendo qualcosa, scopriamo il contrario.
In ogni atto di obbedienza o di fiducia, quello che riceviamo è sempre molto più di quel che diamo, e quando ci sembra di fare qualcosa per Dio, è proprio quello il momento in cui il Signore sta facendo qualcosa per noi.
Capire questa cosa, capire la generosità di Dio, è fondamentale per noi perchè significa conoscere Dio stesso. Infatti il testo virerà verso questo tema: ma chi è che incontra Dio veramente? Dove si incontra?
Vediamo che risposta ci dà il testo.I Samaritani avevano i loro riti e gli Ebrei altrettanto, ma «viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità».
In greco la parola “adorare” – proskineo– è la stessa per dire “baciare.
L’adorazione implica avvicinarsi a Dio con un atteggiamento intimo, non con una formalità rituale. Dove possiamo incontrare Dio in modo intimo? Gesù dice che questo non avviene in un luogo ma in un modo, non qui o lì ma in un atteggiamento che si può avere ovunque.
E così la sete di questa donna è saziata in modo inaspettato, e corre a dire a tutti quello che le è successo: ha incontrato il Messia. E, particolare notevole, lascia lì la brocca. Non beve. Non ne ha più bisogno.
Ma che le è successo?
Il dialogo con Gesù aveva tirato fuori la sua storia, fatta di fallimenti affettivi e cinque mariti, immagine paradossale di una solitudine mai vinta definitivamente e di una serie amara di delusioni.
Aveva bevuto quell’acqua che non disseta mai, e Gesù glielo aveva detto. Ma lei non si era sentita giudicata, ma finalmente “vista”, riconosciuta.
Abbiamo questo rischio: passare la vita con con un succedersi di relazioni, mariti che non sono mariti, collezionando incompletezze. Il testo gioca sull’ambiguità della parola “marito” che in aramaico significa anche “idolo”.
È a questo punto che lei interrompe le schermaglie e fa il salto di qualità, vuole di più: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare»
- chiede di incontrare il Dio vero.
A questo ci serve questa benedetta Quaresima: a passare al Dio vero, a smettere di collezionare mariti-idoli che non risolvono l’esistenza e a interrompere l’inutile ricerca di sorgenti illusorie, che in genere si risolvono in oggetti che si accumulano, in desideri che torturano, in fissazioni che alienano.
Il Dio vero cerca il nostro cuore, il nostro spirito, la verità più profonda del nostro essere. Cerca proprio noi.
IV Domenica di Quaresima
15 MARZO 2026
Il Vangelo di questa domenica parla della guarigione del cieco nato, che ci riguarda da vicino perchè siamo tutti ciechi nati.
Guardiamo da vicino il racconto: Anzitutto, Gesù invia il giovane cieco alla piscina di Siloe. Perché? Non poteva, come altre volte, guarirlo subito e direttamente? Mandandolo a lavarsi, Gesù voleva significare che gli occhi della fede, non quelli fisici, della fede, cominciano ad aprirsi nel battesimo, quando riceviamo appunto il dono della fede. Per questo nell’antichità il battesimo si chiamava anche «illuminazione» ed essere battezzati si diceva «essere illuminati».
Ma nel caso nostro non si tratta di credere genericamente in Dio, ma di credere in Gesù. L’episodio serve all’evangelista per mostrarci come si arriva a una fede piena e matura nel Figlio di Dio.
II recupero della vista da parte del cieco procede infatti di pari passo con la sua scoperta di chi è Gesù, Ricostruiamo le tre tappe di questo cammino. All’inizio, il cieco non sa nulla di Gesù. Alla domanda: «Come ti furono aperti gli occhi?», risponde: «Quell’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango…». Gesù è per lui ancora un «uomo», nient’altro che un uomo.
Più tardi gli domandano ancora: «Che dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?», ed egli risponde: «È un profeta!». Ha fatto un passo avanti, ha capito che Gesù è un inviato da Dio, che parla e opera in nome di lui. Ci è arrivato in base a un semplice ragionamento che chiunque può fare: «Se non fosse da Dio, non potrebbe compiere le cose che fa».
Infine, dopo che i farisei lo hanno scacciato dalla sinagoga e insultato per aver osato difendere l’operato di Cristo, incontra di nuovo Gesù e questa volta gli grida:«lo credo, Signore!» e si prostra dinanzi a lui per adorarlo, riconoscendolo così apertamente come suo Signore e suo Dio.
E adesso veniamo a noi. Descrivendoci così dettagliatamente tutto ciò, è come se l’evangelista Giovanni ci invitasse a porci la domanda: «E io, a che punto sono di questo cammino? Chi è Gesù di Nazaret per me?».
Che Gesù sia un uomo – cioè, che sia esistito un uomo chiamato Gesù – nessuno lo nega. Che sia stato un profeta, un inviato da Dio, che ha aperto all’umanità nuovi orizzonti religiosi e morali, anche questo è ammesso quasi universalmente.
Molti si fermano qui. Ma non basta.
Il salto mediante il quale si diventa cristiani in senso proprio è quando si proclama, come il cieco nato, Gesù «Signore» e lo si adora come Dio.
La ragione per cui è necessario fare questo salto è semplice: Gesù si è presentato al mondo come Figlio di Dio e ha chiamato Dio suo «Padre» in modo unico, diverso da tutti.
Si può discutere certo sulla storicità di questo o quel detto attribuito a Gesù, ma non si può non riconoscere la testimonianza globale del Nuovo Testamento su questo punto. La conclusione è inevitabile: o egli è ciò che ha dichiarato di essere, o è il più grande impostore della storia e il cristianesimo è stato fino ad ora un gigantesco equivoco. Non è sufficiente dire che Gesù è un uomo eccezionale, un genio religioso, ma va riconosciuto con Signore della vita.
Ed è la fede che riconosce Gesù come Signore della vita; la fede è luce perché illumina l’esistenza a partire da Cristo risorto. Senza la fede perdiamo i punti di riferimento e domina l’ombra. Ma questo non significa che la fede spieghi tutto, risolva tutti i problemi, cancelli dubbi, fatiche e sofferenze, permetta di vivere nell’assoluta sicurezza. No: la fede non è luce piena, non è la luce solare dei giorni di primavera e d’estate, non permette di vede. re e comprendere tutto: quella sarà la condizione del paradiso.
Finché siamo in cammino, nella vita terrena, invece, non ci è concessa la luce piena; ci è consegnata la luce di una candela, che non fa vedere tutto ma solo l’essenziale. Se accendiamo una candela, cosa vediamo? Non certo i particolari: non riusciamo a scorgere gli oggetti più piccoli, non distinguiamo neppure le sfumature dei colori… ma abbiamo comunque alcuni punti di riferimento: vediamo la porta, le finestre, i mobili, ci rendiamo conto se siamo soli o c’è qualcun altro, ci facciamo un’idea delle dimensioni della stanza.
La fede è come la luce di una candela: non permette di illuminare i particolari – tanti «perché» rimangono senza risposta – ma consente comunque di individuare una porta d’ingresso, perché la nostra esistenza è voluta e amata da Dio; di vedere che non siamo soli nella stanza della vita, perché c’è il Signore e ci sono tante altre persone; di scorgere alcune finestre verso l’esterno, perché la nostra esistenza non termina con la morte, ma si proietta fuori, verso l’eternità. Questa piccola candela evita la disperazione di fronte alle sofferenze e ai drammi.
Preghiamo che Gesù, «luce del mondo», accompagni i passi non sempre facili del nostro cammino terreno, specialmente quando attraversiamo le zone della vita immerse nell’ombra e nell’oscurità.
